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A) Gli Dèi
Nell’età più antica di
Roma, i Romani, popolo ancor rustico e patriarcale, veneravano le forze della
natura, che erano per loro potenze invisibili e misteriose (numina), che richiedevano soltanto atti di
culto, senza indagini di sorta sulla loro natura. I Romani non ebbero la
ricca mitologia dei Greci, con le sue leggende fantasiose, né diedero forma
umana ai loro dèi (antropomorfismo), né di essi
avevano immagini o statue. Soltanto
quando vennero a contatto coi Greci, i Romani fusero
la loro religione con quella greca e presero da quelli la loro mitologia, sì
che in parte mantennero i loro vecchi dèi, rivestendoli di forme ed attributi
nuovi, in parte veneravano nuovi dèi, ponendoli accanto a quelli aviti.
Questo avvenne specialmente durante e
dopo le guerre puniche, quando i romani vennero a contatto coi
popoli dell’Italia meridionale, dove esistevano fiorenti colonie greche, che
avevano trasformato costumi, religioni, usi dei popoli primitivi, con
l’apporto della loro civiltà.
Alla maniera greca,
dunque, i Romani cominciarono a distinguere, tra la folla innumerevole di
divinità, geni e dèmoni, dodici dèe principali, che formavano come un
consiglio che reggeva le sorti del mondo. Furono perciò detti Consentes.
Essi erano:
a) Iuppiter (Giove)
identificato con lo Zeus dei Greci, figlio di Saturno e di Rea, dio del cielo
padre degli dèi e re degli uomini, padrone del
fulmine e delle tempeste. Erano suoi attributi l’aquila, lo scettro e la
folgore. Il suo tempio era sul Campidoglio e al suo culto era addetto il flamen dialis;
b) Neptunus
(nettuno), identificato col greco Positone, fratello di Giove e signore del
mare; suo attributo era il tridente,
col quale sollevava le onde;
c) Apollo, figlio di Giove e Latona, dio del bello, della salute, della profezia,
della poesia e del canto; più tardi identificato col Sole; gli erano sacri il
cigno, l’ulivo e l’alloro;
d) Mars (Marte),
identificato col greco Ares, dio della guerra,
padre di Romolo; invocato anche col nome di Gradivus; suoi attributi erano
l’elmo e le armi;
e) Mercurius
(Mercurio), identificato col greco Hermes, figlio di Giove e di Maia,
messaggero degli dèi, accompagnatore delle animerei
morti negli inferi, dio del commercio e dei lari; aveva due calzari ai piedi
(talaria)
e in mano una verga con due serpenti attorcigliati, simbolo di pace;
f) Vulcanus,
identificato col greco Efesto, figlio di Giove e
Giunone, dio del fuoco; era rappresentato
zoppo e deforme; aveva sposato Venere; incudine e martello erano i suoi attributi;
g) Iuno ( Giunone),
in Grecia Hera, sorella e moglie di Giove,
protettrice delle nozze e delle nascite. Le era sacro il Pavone;
h) Vesta, in greco Hestia,
sorella di Giove, dea del focolare domestico
e della patria;
i) Minerva, in greco Atena,
figlia di Giove, dal cui capo era balzata armata, protettrice della scienza e
delle arti; le era sacra la civetta;
l) Ceres, in greco Demetra, sorella di Giove, dea delle messi;
m) Diana, identificata con la greca Artemide, sorella di Apollo, dea
della notte e della caccia;
n) Venus (Venere), la
greca Afrodite, figlia di Giove (o, secondo un altro mito, nata dalle spume
del mare, vicino all’isola di Cipro), dea dell’amore e della bellezza: suo
simbolo era la colomba.
Oltre a queste divinità
maggiori, altre ve n’erano anch’esse importanti:
Ø Lanus, dio d’ogni fine;
Ø Saturnus, padre di Giove, dio
della semina e Rhea, sua moglie, dea della terre;
Ø Pluto (Plutone),
dio degli inferi;
Ø Liber, identificato con
Dioniso o Bacco, figlio di Giove;
Ø
Semele, dio dell’uva e del
vino.
Non va dimenticata poi una serie di divinità
minori, che si collegano alle origini della religiosità Romana, allorché ogni
cosa aveva il suo genio:
Ø Faunus, il genio delle selve e dei
greggi;
Ø Ops, dei raccolti;
Ø Pomona dei frutti;
Ø Carmenta, delle fonti;
Ø Pales, della pastorizia;
Ø Silvanus dei campi;
Ø Flora, dei fiori;
Ø Vertumnus, dell’autunno;
Ø Priapus, dei confini rustici;
Ø Terminus, Dio dei confini, ecc.
Particolare importanza avevano le divinità protettrici delle case, dei morti, dei
geni tutelari della dispensa e degli alimenti e della dea del focolare
famigliare (Vesta).
Con le sue conquiste e con l’estensione del dominio, Roma venne
a contatto con molti popoli orientali, le cui divinità penetrarono
poco a poco nel Pantheon romano ed ebbero notevole fortuna, specialmente
durante l’Impero, di forme particolari di religioni, che compiacevano di
culti segreti e misteriosi; col loro
fervore mistico, facevano presa sull’animo dei Romani, che la religione di
Stato, così rigida nelle sue forme e nei suoi riti, non riusciva più a
soddisfare. Così penetrarono i culti di Cibale, dea della Frigia, di Iside, Osiride, Serapide, dei
dell’Egitto, di Baal, Adone, Astarte,
Mitra, dèi dell’ Asia Minore. Inoltre si diffuse il culto degli imperatori
che, dopo la loro morte, venivano insigniti del
titolo di divus,
cioè venivano considerati dèi.
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b) I SACERDOTI
Il culto era affidato,
per la massima parte, ai sodalicia, specie di
fraternità o collegi sacerdotali, riconosciuti dallo Stato. Tra i principali
collegi noteremo:
a) i Lucerci, 12 sacerdoti del Dio Fauno
Lupesco, che celebravano ogni anno, il 15 febbraio, la festa del dio, cioè i Lupercalia;
b) Fratres Arvales che attendevano al culto della dea DIA,
protettrice dei campi, di cu celebravano la festa per tre giorni in maggio,
il primo e il terzo giorno sul Palatino, il secondo nel Lucus(sacro
bosco) della dea, lungo la via della Campania. Erano un collegio di 12,
rappresentavano la vecchia famiglia di Acca Larentia, moglie di Faustolo e nutrice di Romolo e Remo,
che aveva avuto 12 figli;
c) i Salii, due collegi di 12 membri ciascuno , addetti al culto di Marte, custodi dei 12 ancilia, scudi sacri, uno dei quali era caduto dal cielo
e a lui erano collegati i destini di Roma. La festa dei Salii
si celebrava dall’1 al 24 marzo;
d) i Sodales Augustales, di 21 membri, istituiti nel 14 d. C., alla
morte di Augusto, per attendere al culto
gentilizio della casa Giulia.
Oltre a questo confraternite,
altri sacerdoti attendevano il culto di tutte le altre divinità. Il
sacerdozio era una carica e per essere nominati sacerdoti
erano necessari particolari requisiti: illibatezza di costumi, assenza di
difetti fisici, patrimonio sufficiente per i bisogni e il decoro della
dignità.
A capo del collegium pontificum, che era composto di 15 membri e che presiedeva al
rituale e alla sorveglianza degli altri sacerdoti, stava il Pontifex Maximus, che aveva
come sua aiutante il rex sacrorum , che presiedeva alle funzioni che un tempo erano
compiute dai re. Il Pontifex Maximus
era il vero capo della religione romana e a lui competeva, in particolare, di
compilare il calendario e gli annali, in cui venivano
annotati gli avvenimenti più notevoli dell’anno e, inoltre, di nominare i
flamini e le Vestali.
Inferiori ai pontefici erano i dodici flamines, che erano addetti al culto delle singole
divinità. Erano i flamines maiores
(in numero di tre: flamen Dialis,
cioè flamine di Giove; flamen
Martialis, di Marte; flamen
Quirinalis, di Quirino) e i flamines
minores (in numero di sette: flamen
Volcanalis, Pomonalis, Floralis, ecc.).
Vi era poi il collegio delle Vestales,
sacerdotesse addette al culto di Vesta di cui
dovevano sempre tenere acceso il fuoco sacro. Godevano di
speciali privilegi ed onori:eran precedute, per via
da un littore e tutti i cittadini, anche il console, dovevano cedere loro il
passo. Duravano nell’ufficio trent’anni, dopo i
quali potevano tornare nel mondo ed anche sposarsi.
Altro collegio era quello degli Augures, in numero di quindici, che
traevano gli auspici osservando il cielo, il volo degli uccelli e il pasto
dei polli sacri. Avevano un
bastoncino (lituus) ricurvo col quale delimitavano
lo spazio di osservazione.Anche gli Haruspices
erano un collegio sacerdotale; predicevano il futuro esaminando i visceri degli animali.
I Fetiales, in numero
di venti sorvegliavano che lo Stato facesse guerre
giuste e rispettasse i trattati di pace. Intimavano la guerra e stipulavano i
trattati. La dichiarazioni di guerra avveniva
scagliando una lancia tinta in rosso oltre il confine del territorio nemico o
contro una colonna davanti al tempio di Bellona,
quando il nemico non confinava col territorio romano. Il capo dei Feciali si chiamava pater patratus.
I Quindecemviri sacris
faciundis avevano l’ufficio di conservare e
consultare i libri sibillini, così chiamati perché, secondo la leggenda,
erano stati venduti al re Tarquinio Prisco dalla Sibilla cumana.
I Septemviri epulones avevano l’incarico di preparare i banchetti
sacri (lectisternia) in onore degli
dei.
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c) Sacrifici e cerimonie
sacre
Nelle cerimonie solenni l’atto più importante era
il sacrificio che poteva consistere in offerte di primizie dei campi o di
focacce o nell’uccisione di uno o più animali (il sacrificio di un sus “porco”, di una ovis “pecora”, di un taurus
“bue”, si chiamava suovetaurilia), bianchi
per gli dei del cielo, neri per gli dei inferi. Le carni delle vittime erano
divise in tre parti: una parte si bruciava per gli dei, un’altra spettava ai
sacerdoti, la terza a chi offriva, e si mangiava in banchetto solenne. Se
tutte le carni venivano bruciate in onore della divinità,
allora il sacrificio si chiamava olocaustum.
I geni tutelari della famiglia, cioè il Lar, i Penates, i Manes, Vesta
erano oggetti di uno speciale culto domestico (sacra privata). Ad essi si offrivano primizie e preghiere; di questo culto familiare
era considerato sacerdote il padre.
Festa domestica a tutte le famiglie era quella dei morti, i Parentalia, che durava
dal 13 al 21 febbraio e si conchiudeva con un banchetto familiare (Carestia).
Nelle notti dell’11 e 13
maggio si celebrava la cerimonia dei Lemuria,
per placare le ombre dei morti e degli spiriti maligni.
Vi erano poi feste pubbliche, popolari, che si celebravano senza l’intervento dei sacerdoti, come, per
esempio, i Palilia, il 21 aprile,
anniversario della fondazione di Roma; i Floralia,
la festa dei fiori; i Saturnalia, in onore
di Saturno, che duravano dal 17 al 21 dicembre. Durante la festa si facevano banchetti e si scambiavano strenne.
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LA FAMIGLIA
a) Gente, famiglia, nome
L’insieme delle famiglie discendenti da un unico
capostipite formava la gens (famiglia),
i cui appartenenti si chiamavano gentiles ed
erano uniti fra loro da reciproci doveri, particolarmente legati da cerimonie
culturali in onore del capostipite.
La famiglia era un nucleo istituito non soltanto
su un rapporto naturale, ma anche un’organizzazione religiosa e politica,
fondata sul culto degli antenati e retta dal Pater familias,
che aveva sui membri un potere assoluto (patria potestas).
Poteva disporre a suo piacimento del patrimonio familiare, rispondeva davanti
al magistrato e alla legge di tutto ciò che avveniva nel suo ambito
familiare, era il sacerdote del culto domestico. Tutti i componenti
della famiglia, anche i figli maggiorenni e sposati, erano soggetti alla sua
volontà; egli aveva su di essi persino il potere di vita e di morte. Il
figlio si liberava dalla soggezione alla Patria
Potestas alla morte del padre, o quando veniva eletto Flamen Dialis, cioè sacerdote di Giove. Si poteva entrare a
far parte di una famiglia per mezzo dell’ adozione,
con tutti i diritti e i doveri del figlio.
Ogni cittadino romano maschio aveva tre nomi: il praenomen, nome
proprio personale (Aulus, Gaius,
Gnaeus, Lucius, Manlius, Marcus, Publius, Quintus,ecc.); seguiva il nomen, che indicava la gens (Tullius,
Iulius, Cornelius, ecc.,
cioè alla gens Tullia, Iulia, Cornelia, ecc.); poi il
cognomen,
che indicava la famiglia (Cicero, Scipio,ecc.);
all’ inizio il cognomen era stato una specie di soprannome
personale spesso tratto da particolarità somatiche (Barbatus,Nasica, Maximus)
e poi era passato a distinguere i vari rami
di una Gens; al cognomen
si poteva aggiungere, per alcuni personaggi illustri, l’Agnomen,
cioè un nome onorifico dato per particolare benemerenze (p. es.: Publius Cornelius Scipio Africanus,
cioè conquistatore dell’ Africa). I figlio adottivo assumeva
i tre nomi dell’adottante, ma conservava il suo nome gentilizio con la
terminazione in -anus (p. es.:
Q. Fabius Maximus Aemilianus, cioè il figlio di Paulus
Aemilius adottato da Q. Fabius Maximus.)
Le donne erano indicate col solo nomen (p. es.: Cornelia. Cioè della gens
Cornelia); se erano sorelle si distinguevano
con gli aggettivi maior, minor.
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b) schiavi, liberti,
clienti
Gli schiavi facevano
parte della famiglia, ma non erano considerati uomini, bensì cose in
proprietà della famiglia. Erano adibiti a tutti i lavori e trattati come le
bestie (si vendevano e si compravano, si prestavano o si affittavano,
potevano essere battuti, frustati,incatenati,
uccisi, a piacere del padrone). La loro condizione venne migliorando durante
l’impero.
Potevano
essere prigionieri di guerra o schiavi
dalla nascita per esser figli
di madre schiava, potevano aver perduto la
libertà per debiti. tutti gli schiavi che
appartenevano a una casa formavano la familia, che poteva essere familia
rustica, adibita ai lavori campestri, oppure familia
urbana, adibita all’andamento della casa.
Potevano essere
liberati in tre modi:
1)
per
vendictam: il padrone conduceva lo schiavo davanti
al pretore e lo percuoteva e gli dava uno schiaffo;
2)
per
censum: il padrone autorizzava lo schiavo a farsi
iscrivere dal censore nel novero dei cittadini.
3)
Per testamentum:
il padrone nel suo testamento lasciava libero lo
schiavo.
Lo schiavo così
liberato si chiamava libertus e prendeva il
prenome e nome del padrone, che gli concedeva la sua protezione e ne
diventava il patronus.
Nella
vita pubblica i liberti non avevano tutti i diritti; potevano votare, ma non
essere eletti in cariche pubbliche. Nella vita privata avevano lo ius commercii,
potevano possedere, ma non avevano lo ius connubii,cioè non potevano
contrarre giuste nozze.
In
caso di morte, se un liberto moriva senza figli il
suo patrimonio finiva in mano al patronus.
Facevano
parte della famiglia anche i clientes, che
forse erano italici che, vinti dai Romani, furono trascinati in città, dove
si misero sotto protezione di potenti cittadini che oltre a curare i loro interessi,
provvedevano anche al loro mantenimento. Il cliens prendeva il nome gentilizio del suo
protettore era ammesso al suo culto familiare, ne riceveva una razione
giornaliera di vitto (sportula). I
suoi doveri erano quelli di proteggere il suo protettore e aiutarlo in caso
di bisogno, di porgerli il saluto ogni mattina, di accompagnarlo nel foro o
nel Campo Marzio.
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Scuola,
materiale scrittorio, libri, biblioteche
a)
La
scuola
La prima educazione dei piccoli Romani era affidata alla madre,
coadiuvata dal padre non appena il fanciullo fosse
cresciuto in età. Uno schiavo scelto tra i più morigerati e i più saggi, veniva posto accanto al fanciullo, col compito di
guidarlo, accompagnarlo a passeggio, a scuola, agli spettacoli e di vigilare
sulla sua educazione. Si chiamava pedagogus.
Verso i sette anni cominciava l’istruzione vera e propria. Le prime
scuole pubbliche per l’insegnamento primario si ebbero sotto l’impero (ludi litterarum o
tabernae letterarie: corrispondenti alle
nostre scuole elementari). Il primo maestro era il litterator
o grammatista, che insegnava a leggere, a
scrivere, a far di conto. Una volta
che i ragazzi avevano appreso i primi
rudimenti della scrittura e della lettura, altri maestri elementari, il libraius, il calculator,
il notarius insegnavano l’aritmetica, la
stenografia e perfezionavano l’alunno nella scrittura.
Le lezioni si facevano in stanzucce (tabernae, pergulae),
o anche all’aperto. L’anno scolastico incominciava a Marzo dopo le feste Quinquatrus, in
onore di Minerva, e durava per circa otto mesi, con
vacanze nei giorni festivi, una vacanza ogni 9 giorni, un periodo di riposo
durante la stagione la stagione calda . l’orario era
di sei ore, diviso in due turni: mattutino meridiano. L’arredamento era molto
semplice il maestro stava seduto su una seggiola con spalliera (cathedra) o senza spalliera (sella) e gli scolari gli stavano
intorno su sgabelli, tenendo sulle ginocchia tavolette su cui scrivevano e
che portavano con se insieme alla penna, alla carta, all’inchiostro.
Quando gli studi elementari
erano terminati seguiva la scuola del grammaticus
(corrispondente al nostro insegnamento secondario o medio).
Il grammaticus
insegnava storia, geografia e commentava gli scrittori greci e latini. Dalla
scuola del grammaticus
si usciva conoscendo bene le due lingue fondamentali del mondo romano, il
greco e il latino.
Nel primo secolo avanti Cristo si aprirono scuole dove veniva impartita un’istruzione superiore: erano le scuole
di retorica dove i rethores preparavano
i giovani nella vita pubblica, politica e giudiziaria, insegnando
particolarmente a parlare in pubblico.
Completato così il ciclo dei loro studi, i giovani entravano nella vita
pubblica, ma le famiglie che avevano mezzi in abbondanza
mandavano spesso i loro figli a perfezionarsi negli studi retorici e filosofici in Grecia, specialmente ad
Atene e a Rodi, o in Egitto, ad Alessandria, che era il centro più fiorente del
mondo ellenistico.
L’educazione del giovane romano veniva
completata verso il diciassettesimo anno d’età, quando cioè, deposta la toga
ornata di porpora (praetexia),
indossava la toga virile, segna del suo ingresso nella maggiore età, per cui
entrava a far parte del numero dei cittadini romani.
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b)
Materiale scrittorio
Nei
tempi antichi si scriveva, pare, su foglie d’albero (folia), in seguito si adoperò la corteccia
interna (liber). Poi il materiale si
perfezionò e allora i seguenti strumenti di scrittura:
1)
le
Tabulae o cerae, tavolette cerate sulle
quali si incideva con uno strumento appuntito (stilus) che, all’estremità
opposta, terminava con una spatola che serviva per cancellare. L’uso delle
tavolette era limitato a quelle cose che non dovevano aver lunga durata:
compiti di scuola, appunti, conti. Quando le
tavolette erano unite a due, a tre, ecc. (diptycha, triptycha, ecc.) formavano una specie
di taccuino ( codices);
2)
il Papyrus o charta, che si ricavava dalle piante del papiro egiziano.
Il fusto del papiro si tagliava a strisce sottilissime, che si facevano
macerare nell’acqua. Si incollavano poi a due a due e formavano dei fogli;
molti fogli riuniti insieme formavano il
volumen, rotolo lungo decine di metri e largo
circa trentacinque centimetri. Questo rotolosi
fissava a un sottile cilindro di legno (umbilicus) e vi
si avvolgeva intorno.
3)
La charta pergamena, pelle d’animale conciata, così
chiamata perché inventata a Pergamo. Sul papiro e sulla
pergamena si scriveva col calamus, cannuccia temperata, che si intingeva
nell’inchiostro nero, composto di gomma
e nerofumo, oppure in inchiostro rosso. Lo scritto fresco si poteva
cancellare con una spugna bagnata; se era secco si raschiava con lo sculprum.
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c)
Libri e giornali
Inizialmente gli scritti che interessavano venivano
ricopiati da uno schiavo o da più schiavi. Verso la fine della Repubblica
ebbe inizio il vero e proprio commercio libraio, esercitato da editori (bibliopolae)
che impiegavano un gran numero di amanuensi ai quali
si dettavano le opere che essi scrivevano nel medesimo tempo, in modo che in
breve si avevano più copie dell’opera. L’opera così pubblicata si metteva in vendita nelle
librerie. Ai tempi di Cesare si cominciarono a pubblicare i giornali, gli acta populi, che
contenevano atti ufficiali e notizie di cronaca.
d)
Biblioteche
Nelle case delle persone colte e della buona società v’era quasi sempre, specie a partire dagli ultimi tempi della repubblica,
una biblioteca. Furono poi fondate biblioteche pubbliche: la prima da Asinio Pollione, amico di
Virgilio e amante della letteratura;
altre sorsero in seguito, la più famosa rimase la biblioteca di Ulpia, voluta dall’imperatore
Traiano. I libri erano collocati in scaffali (armaria),
divisi in raggi (loculamenta o nidi),
generalmente in stanze ampie e bene illuminate.
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ROMA REPUBBLICANA
Per leggere la storia della repubblica ci siamo serviti del semplice
racconto di Eutropio, integrato da passi elementari
e più significativi di vari autori. Non poteva mancare, per il periodo delle
guerre puniche, la “Vita di Annibale” di Cornelio Nepote
e nemmeno quella di Catone.
Dopo il suo consolidamento, Roma affronta varie guerre (nel 380 a.C., contro i Galli; nel
343-249 a.C. contro i Sanniti; nel 282-279 a.C. contro Taranto e Pirro) e
riesce ad ottenere il predominio sulla penisola. Dopo le tre guerre contro Cartagine (la prima guerra Punica: 263-241 a.C.; seconda: 218-201 a.C.;
terza:147 a.C.), Roma ottenne il primato
incontrastato su tutto il Mediterraneo occidentale. Rivoltasi contro
l’Oriente, conquista la Macedonia nel 146 a.C., sottomette, nello stesso anno, la Grecia e compie anche
la conquista della Spagna. All’interno della città, però, non mancano gravi
motivi di disordine: dalle lotte tra Mario e Silla,
dalla congiura di Catilina durante il consolato di
Cicerone, al primo triumvirato tra Pompeo, Cesare e Crasso, alle rivalità tra
Cesare e Pompeo, con la conseguente guerra civile, che si conclude
con la vittoria di Cesare a Farsalo, in Macedonia
(48 a. c.). Cesare diviene dittatore a vita, ma viene ucciso in Senato in seguito ad una congiura. La
repubblica è ormai al suo tramonto; un secondo triumvirato formato da Marc’Antonio, Cesare Ottaviano, Marco Emilio Lepido, si conclude pure con la guerra civile, dalla quale esce
vincitore Ottaviano, che sconfitto Antonio nella battaglia navale di Azio (31
a.C.), rimane unico signore di Roma. Hanno termine così le secolari lotte
civili ed ha inizio il periodo imperiale.
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