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VITA ROMANA

Vita Religiosa

Gli Dèi

I Sacerdoti

Sacrifici e cerimonie sacre

 

LA FAMIGLIA

Gente, famiglia, nome

schiavi, liberti, clienti

 

 

SCUOLA

MATERIALE SCRITTORIO

LIBRI, BIBLIOTECHE

La scuola

Il materiale scrittorio

 

I libri e giornali

ROMA MONARCHICA

Le biblioteche

 

 

ROMA REPUBBLICANA

L’imperatore Valente aveva dato l’incarico, verso il 370 d. C., ad Eutropio, suo segretario, di scrivere per lui un compendio di storia romana dalle origini all’età contemporanea. Evidentemente l’imperatore, uomo d’armi e barbaro d’origine, di limitata cultura, voleva avere per le mani un manualetto che potesse, senza eccessivo impegno di tempo, colmare le lacune della sua formazione storica.

Eutropio scrisse, dunque, il riassunto storico che l’imperatore desiderava, attingendo, per il periodo dell’età repubblicana, al grande storico Tito Livio, a Svetonio ed ai suoi continuatori per il periodo imperiale.

La sua opera, di poche pretese e priva di originalità, incontrò notevole favore per le sue doti di chiarezza e di ordinata sintesi perché scritta in forma semplice e piana, accessibile a chi muove i primi passi nello studio del latino.

La storia dei sette re è in gran parte leggendaria, pur contenendo elementi vicini alla realtà.

Oggi si può stabilire, fra le leggende e le tradizioni che avvolgono la più antica storia di Roma, che i primi abitatori del Lazio furono i Latini, che avevano il loro centro ad Albalonga, e che, verso il X secolo avanti Cristo, vennero a stabilirsi sui colli della riva sinistra del Tevere. Il primo colle ad essere stato abitato fu il Palatino, poi, specialmente nell’VIII secolo, furono occupati altri colli, che diedero origine a sette villaggi, tra loro federati (septimontium).

Queste popolazioni, formate da pastori e coloni, vivevano in capanne di paglia e argilla e usavano oggetti di ceramica grossolana, armi ed utensili di bronzo e di ferro.

Dalla fusione di questi sette villaggi sorse Roma, la quale, governata dai re e favorita dalle condizioni geografiche, estese poco a poco il suo predominio sulle altre città latine. Ma gli Etruschi contrastarono la sua espansione e riuscirono a dominare il Lazio e Roma (VII-VI sec. a.C.), finché ne furono cacciati da un’insurrezione dei Latini, aiutati dai Greci della Campania. Con la cacciata degli Etruschi terminò in Roma il potere dei re e sorse la repubblica.

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VITA ROMANA

 

 

 

Vita Religiosa

 

 

 

A) Gli Dèi

Nell’età più antica di Roma, i Romani, popolo ancor rustico e patriarcale, veneravano le forze della natura, che erano per loro potenze invisibili e misteriose (numina), che richiedevano soltanto atti di culto, senza indagini di sorta sulla loro natura. I Romani non ebbero la ricca mitologia dei Greci, con le sue leggende fantasiose, né diedero forma umana ai loro dèi (antropomorfismo), né di essi avevano immagini  o statue. Soltanto quando vennero a contatto coi Greci, i Romani fusero la loro religione con quella greca e presero da quelli la loro mitologia, sì che in parte mantennero i loro vecchi dèi, rivestendoli di forme ed attributi nuovi, in parte veneravano nuovi dèi, ponendoli accanto a quelli aviti. Questo avvenne  specialmente durante e dopo le guerre puniche, quando i romani vennero a contatto coi popoli dell’Italia meridionale, dove esistevano fiorenti colonie greche, che avevano trasformato costumi, religioni, usi dei popoli primitivi, con l’apporto della loro civiltà.

Alla maniera greca, dunque, i Romani cominciarono a distinguere, tra la folla innumerevole di divinità, geni e dèmoni, dodici dèe principali, che formavano come un consiglio che reggeva le sorti del mondo. Furono perciò detti Consentes.

Essi erano:

a)   Iuppiter (Giove) identificato con lo Zeus dei Greci, figlio di Saturno e di Rea, dio del cielo padre degli dèi e re degli uomini, padrone del fulmine e delle tempeste. Erano suoi attributi l’aquila, lo scettro e la folgore. Il suo tempio era sul Campidoglio e al suo culto era addetto il flamen dialis;

b)   Neptunus (nettuno), identificato col greco Positone, fratello di Giove e signore del mare; suo attributo  era il tridente, col quale sollevava le onde;

c)   Apollo, figlio di Giove e Latona, dio del bello, della salute, della profezia, della poesia e del canto; più tardi identificato col Sole; gli erano sacri il cigno, l’ulivo e l’alloro;

d)   Mars (Marte), identificato col greco Ares, dio della guerra, padre di Romolo; invocato anche col nome di Gradivus; suoi attributi erano l’elmo e le armi;

e)   Mercurius (Mercurio), identificato col greco Hermes, figlio di Giove e di Maia, messaggero degli dèi, accompagnatore delle animerei morti negli inferi, dio del commercio e dei lari; aveva due calzari ai piedi (talaria) e in mano una verga con due serpenti attorcigliati, simbolo di pace;

f)    Vulcanus, identificato col greco Efesto, figlio di Giove e Giunone, dio del fuoco; era rappresentato  zoppo e deforme; aveva sposato Venere; incudine e martello  erano i suoi attributi;

g)   Iuno ( Giunone), in Grecia Hera, sorella e moglie di Giove, protettrice delle nozze e delle nascite. Le era sacro il Pavone;

h)   Vesta, in greco Hestia, sorella di Giove, dea del focolare domestico  e della patria;

i)    Minerva, in greco Atena, figlia di Giove, dal cui capo era balzata armata, protettrice della scienza e delle arti; le era sacra la civetta;

l)    Ceres, in greco Demetra, sorella di Giove, dea delle messi;

m) Diana, identificata con la greca Artemide, sorella di Apollo, dea della notte e della caccia;

n)   Venus (Venere), la greca Afrodite, figlia di Giove (o, secondo un altro mito, nata dalle spume del mare, vicino all’isola di Cipro), dea dell’amore e della bellezza: suo simbolo era la colomba.

Oltre a queste divinità maggiori, altre ve n’erano anch’esse importanti:

Ø       Lanus, dio d’ogni fine;

Ø       Saturnus, padre di Giove, dio della semina e Rhea, sua moglie, dea della terre;

Ø       Pluto (Plutone), dio degli inferi;

Ø       Liber, identificato con Dioniso o Bacco, figlio di Giove;

Ø       Semele, dio dell’uva e del vino.

Non va dimenticata poi una serie di divinità minori, che si collegano alle origini della religiosità Romana, allorché ogni cosa aveva il suo genio:

Ø       Faunus, il genio delle selve e dei greggi;

Ø       Ops, dei raccolti;

Ø       Pomona dei frutti;

Ø       Carmenta, delle fonti;

Ø       Pales, della pastorizia;

Ø       Silvanus dei campi;

Ø       Flora, dei fiori;

Ø       Vertumnus, dell’autunno;

Ø       Priapus, dei confini rustici;

Ø       Terminus, Dio dei confini, ecc.

 

Particolare importanza avevano le divinità protettrici delle case, dei morti, dei geni tutelari della dispensa e degli alimenti e della dea del focolare famigliare (Vesta).

Con le sue conquiste  e con l’estensione del dominio, Roma venne a contatto con molti popoli orientali, le cui divinità penetrarono poco a poco nel Pantheon romano ed ebbero notevole fortuna, specialmente durante l’Impero, di forme particolari di religioni, che compiacevano di culti  segreti e misteriosi; col loro fervore mistico, facevano presa sull’animo dei Romani, che la religione di Stato, così rigida nelle sue forme e nei suoi riti, non riusciva più a soddisfare. Così penetrarono i culti di Cibale, dea della Frigia, di Iside, Osiride, Serapide, dei dell’Egitto, di Baal, Adone, Astarte, Mitra, dèi dell’ Asia Minore. Inoltre si diffuse il culto degli imperatori che, dopo la loro morte, venivano insigniti del titolo di divus, cioè venivano considerati dèi.

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b) I SACERDOTI

Il culto era affidato, per la massima parte, ai sodalicia, specie di fraternità o collegi sacerdotali, riconosciuti dallo Stato. Tra i principali collegi noteremo:

a)   i Lucerci, 12 sacerdoti del Dio Fauno Lupesco, che celebravano ogni anno, il 15 febbraio, la festa del dio, cioè i Lupercalia;

b)   Fratres Arvales che attendevano al culto della dea DIA, protettrice dei campi, di cu celebravano la festa per tre giorni in maggio, il primo e il terzo giorno sul Palatino, il secondo nel Lucus(sacro bosco) della dea, lungo la via della Campania. Erano un collegio di 12, rappresentavano la vecchia famiglia di Acca Larentia, moglie di Faustolo e nutrice di Romolo e Remo, che aveva avuto 12 figli;

c)   i Salii, due collegi di 12 membri ciascuno , addetti al culto di Marte, custodi dei 12 ancilia, scudi sacri, uno dei quali era caduto dal cielo e a lui erano collegati i destini di Roma. La festa dei Salii si celebrava dall’1 al 24 marzo;

d)   i Sodales Augustales, di 21 membri, istituiti nel 14 d. C., alla morte di Augusto, per attendere al culto  gentilizio della casa Giulia.

Oltre a questo confraternite, altri sacerdoti attendevano il culto di tutte le altre divinità. Il sacerdozio era una carica e per essere nominati sacerdoti erano necessari particolari requisiti: illibatezza di costumi, assenza di difetti fisici, patrimonio sufficiente per i bisogni e il decoro della dignità.

A capo del collegium pontificum, che era composto di 15 membri e che presiedeva al rituale e alla sorveglianza degli altri sacerdoti, stava il Pontifex Maximus, che aveva come sua aiutante il rex sacrorum , che presiedeva alle funzioni che un tempo erano compiute dai re. Il Pontifex Maximus era il vero capo della religione romana e a lui competeva, in particolare, di compilare il calendario e gli annali, in cui venivano annotati gli avvenimenti più notevoli dell’anno e, inoltre, di nominare i flamini e le Vestali.

Inferiori ai pontefici erano i dodici flamines, che erano addetti al culto delle singole divinità. Erano i flamines maiores (in numero di tre: flamen Dialis, cioè flamine di Giove; flamen Martialis, di Marte; flamen Quirinalis, di Quirino) e i flamines minores (in numero di sette: flamen Volcanalis, Pomonalis, Floralis, ecc.).

Vi era poi il collegio delle Vestales, sacerdotesse addette al culto di Vesta di cui dovevano sempre tenere acceso il fuoco sacro. Godevano di speciali privilegi ed onori:eran precedute, per via da un littore e tutti i cittadini, anche il console, dovevano cedere loro il passo. Duravano nell’ufficio trent’anni, dopo i quali potevano tornare nel mondo ed anche sposarsi.

Altro collegio era quello degli Augures, in numero di quindici, che traevano gli auspici osservando il cielo, il volo degli uccelli e il pasto dei polli  sacri. Avevano un bastoncino (lituus) ricurvo col quale delimitavano lo spazio di osservazione.Anche gli Haruspices erano un collegio sacerdotale; predicevano il futuro esaminando i visceri degli animali.

I Fetiales, in numero di venti sorvegliavano che lo Stato facesse guerre giuste e rispettasse i trattati di pace. Intimavano la guerra e stipulavano i trattati. La dichiarazioni di guerra avveniva scagliando una lancia tinta in rosso oltre il confine del territorio nemico o contro una colonna davanti al tempio di Bellona, quando il nemico non confinava col territorio romano. Il capo dei Feciali si chiamava pater patratus.

I Quindecemviri sacris faciundis avevano l’ufficio di conservare e consultare i libri sibillini, così chiamati perché, secondo la leggenda, erano stati venduti al re Tarquinio Prisco dalla Sibilla cumana.

I Septemviri epulones avevano l’incarico di preparare i banchetti sacri (lectisternia) in onore degli dei.

 

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c) Sacrifici e cerimonie sacre

Nelle cerimonie solenni l’atto più importante era il sacrificio che poteva consistere in offerte di primizie dei campi o di focacce o nell’uccisione di uno o più animali (il sacrificio di un sus “porco”, di una ovis “pecora”, di un taurus “bue”, si chiamava suovetaurilia), bianchi per gli dei del cielo, neri per gli dei inferi. Le carni delle vittime erano divise in tre parti: una parte si bruciava per gli dei, un’altra spettava ai sacerdoti, la terza a chi offriva, e si mangiava in banchetto solenne. Se tutte le carni venivano bruciate in onore della divinità, allora il sacrificio si chiamava olocaustum.

I geni tutelari della famiglia, cioè il Lar, i Penates, i Manes, Vesta erano oggetti di uno speciale culto domestico (sacra privata). Ad essi si offrivano primizie e preghiere; di questo culto familiare era considerato sacerdote il padre.  Festa domestica a tutte le famiglie era quella dei morti, i Parentalia, che durava dal 13 al 21 febbraio e si conchiudeva con un banchetto familiare (Carestia).

Nelle notti dell’11 e 13 maggio si celebrava la cerimonia dei Lemuria, per placare le ombre dei morti e degli spiriti maligni.

Vi erano poi feste pubbliche, popolari, che si celebravano senza l’intervento dei sacerdoti, come, per esempio, i Palilia, il 21 aprile, anniversario della fondazione di Roma; i Floralia, la festa dei fiori; i Saturnalia, in onore di Saturno, che duravano dal 17 al 21 dicembre. Durante la festa si facevano banchetti e si scambiavano strenne.

                                                  

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LA FAMIGLIA

a) Gente, famiglia, nome

L’insieme delle famiglie discendenti da un unico capostipite formava la gens (famiglia), i cui appartenenti si chiamavano gentiles ed erano uniti fra loro da reciproci doveri, particolarmente legati da cerimonie culturali in onore del capostipite.

La famiglia era un nucleo istituito non soltanto su un rapporto naturale, ma anche un’organizzazione religiosa e politica, fondata sul culto degli antenati e retta dal Pater familias, che aveva sui membri un potere assoluto (patria potestas). Poteva disporre a suo piacimento del patrimonio familiare, rispondeva davanti al magistrato e alla legge di tutto ciò che avveniva nel suo ambito familiare, era il sacerdote del culto domestico. Tutti i componenti della famiglia, anche i figli maggiorenni e sposati, erano soggetti alla sua volontà; egli aveva su di essi persino il potere di vita e di morte. Il figlio si liberava dalla soggezione alla Patria Potestas alla morte del padre, o quando veniva eletto Flamen Dialis, cioè sacerdote di Giove. Si poteva entrare a far parte di una famiglia per mezzo dell’ adozione, con tutti i diritti e i doveri del figlio.

Ogni cittadino romano maschio aveva tre nomi: il praenomen, nome proprio personale (Aulus, Gaius, Gnaeus, Lucius, Manlius, Marcus, Publius, Quintus,ecc.); seguiva il nomen, che indicava la gens (Tullius, Iulius, Cornelius, ecc., cioè alla gens Tullia, Iulia, Cornelia, ecc.); poi  il cognomen, che indicava la famiglia (Cicero, Scipio,ecc.); all’ inizio il cognomen era stato una specie di soprannome personale spesso tratto da particolarità somatiche (Barbatus,Nasica, Maximus) e poi era passato a distinguere i vari rami  di una Gens; al cognomen si poteva aggiungere, per alcuni personaggi illustri, l’Agnomen, cioè un nome onorifico dato per particolare benemerenze (p. es.: Publius Cornelius Scipio Africanus, cioè conquistatore dell’ Africa). I figlio adottivo assumeva i tre nomi dell’adottante, ma conservava il suo nome gentilizio con la terminazione in -anus (p. es.: Q. Fabius  Maximus Aemilianus, cioè il figlio di Paulus Aemilius adottato da Q. Fabius Maximus.)

Le donne erano indicate col solo nomen (p. es.: Cornelia. Cioè della gens Cornelia); se erano sorelle si distinguevano  con gli aggettivi maior, minor.

 

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b) schiavi, liberti, clienti

Gli schiavi facevano parte della famiglia, ma non erano considerati uomini, bensì cose in proprietà della famiglia. Erano adibiti a tutti i lavori e trattati come le bestie (si vendevano e si compravano, si prestavano o si affittavano, potevano essere battuti, frustati,incatenati, uccisi, a piacere del padrone). La loro condizione venne migliorando durante l’impero.

Potevano essere prigionieri di guerra o schiavi  dalla nascita per esser figli   di madre schiava, potevano aver perduto la libertà per debiti. tutti gli schiavi che appartenevano a una casa formavano  la familia, che poteva essere familia rustica, adibita ai lavori campestri, oppure familia urbana, adibita all’andamento della casa.

Potevano essere liberati in tre modi:

1)      per vendictam: il padrone conduceva lo schiavo davanti al pretore e lo percuoteva e gli dava uno schiaffo;

2)      per censum: il padrone autorizzava lo schiavo a farsi iscrivere dal censore nel novero dei cittadini.

3)      Per testamentum: il padrone nel suo testamento lasciava libero lo schiavo.

 

Lo schiavo così liberato si chiamava libertus e prendeva il prenome e nome del padrone, che gli concedeva la sua protezione e ne diventava il patronus.

Nella vita pubblica i liberti non avevano tutti i diritti; potevano votare, ma non essere eletti in cariche pubbliche. Nella vita privata avevano lo ius commercii, potevano possedere, ma non avevano lo ius connubii,cioè non potevano contrarre giuste nozze.

In caso di morte, se un liberto moriva senza figli il suo patrimonio finiva in mano al patronus.

Facevano parte della famiglia anche i clientes, che forse erano italici che, vinti dai Romani, furono trascinati in città, dove si misero sotto protezione di potenti cittadini che oltre a curare i loro interessi, provvedevano anche al loro mantenimento. Il cliens prendeva il nome gentilizio del suo protettore era ammesso al suo culto familiare, ne riceveva una razione giornaliera di vitto (sportula). I suoi doveri erano quelli di proteggere il suo protettore e aiutarlo in caso di bisogno, di porgerli il saluto ogni mattina, di accompagnarlo nel foro o nel Campo Marzio.

 

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Scuola, materiale scrittorio, libri, biblioteche

 

a)     La scuola

La prima educazione dei piccoli Romani era affidata alla madre, coadiuvata dal padre non appena il fanciullo fosse cresciuto in età. Uno schiavo scelto tra i più morigerati e i più saggi, veniva posto accanto al fanciullo, col compito di guidarlo, accompagnarlo a passeggio, a scuola, agli spettacoli e di vigilare sulla sua educazione. Si chiamava pedagogus.

Verso i sette anni cominciava l’istruzione vera e propria. Le prime scuole pubbliche per l’insegnamento primario si ebbero sotto l’impero (ludi litterarum o tabernae letterarie: corrispondenti alle nostre scuole elementari). Il primo maestro era il litterator o grammatista, che insegnava a leggere, a scrivere,  a far di conto. Una volta che i ragazzi  avevano appreso i primi rudimenti della scrittura e della lettura, altri maestri elementari, il libraius, il calculator, il notarius insegnavano l’aritmetica, la stenografia e perfezionavano l’alunno nella scrittura.

Le lezioni si facevano in stanzucce (tabernae, pergulae), o anche all’aperto. L’anno scolastico incominciava a Marzo dopo le feste Quinquatrus, in onore di Minerva, e durava per circa otto mesi, con vacanze nei giorni festivi, una vacanza ogni 9 giorni, un periodo di riposo durante la stagione la stagione calda . l’orario era di sei ore, diviso in due turni: mattutino meridiano. L’arredamento era molto semplice il maestro stava seduto su una seggiola con spalliera (cathedra) o senza spalliera (sella) e gli scolari gli stavano intorno su sgabelli, tenendo sulle ginocchia tavolette su cui scrivevano e che portavano con se insieme alla penna, alla carta, all’inchiostro.

Quando gli studi elementari erano terminati seguiva la scuola del grammaticus (corrispondente al nostro insegnamento secondario o medio).

Il grammaticus insegnava storia, geografia e commentava gli scrittori greci e latini. Dalla scuola del grammaticus si usciva conoscendo bene le due lingue fondamentali del mondo romano, il greco e il latino.

Nel primo secolo avanti Cristo si aprirono scuole dove veniva impartita un’istruzione superiore: erano le scuole di retorica dove i rethores preparavano i giovani nella vita pubblica, politica e giudiziaria, insegnando particolarmente a parlare in pubblico.

Completato così il ciclo dei loro studi, i giovani entravano nella vita pubblica, ma le famiglie che avevano mezzi in abbondanza mandavano spesso i loro figli a perfezionarsi negli studi retorici  e filosofici in Grecia, specialmente ad Atene e a Rodi, o in Egitto, ad Alessandria, che era il centro più fiorente del mondo ellenistico.

L’educazione del giovane romano veniva completata verso il diciassettesimo anno d’età, quando cioè, deposta la toga ornata di porpora (praetexia), indossava la toga virile, segna del suo ingresso nella maggiore età, per cui entrava a far parte del numero dei cittadini romani.

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b)      Materiale scrittorio

 

Nei tempi antichi si scriveva, pare, su foglie d’albero (folia), in seguito si adoperò la corteccia interna (liber). Poi il materiale si perfezionò e allora i seguenti strumenti di scrittura:

1)      le Tabulae o cerae, tavolette cerate sulle quali si incideva con uno strumento appuntito (stilus) che, all’estremità opposta, terminava con una spatola che serviva per cancellare. L’uso delle tavolette era limitato a quelle cose che non dovevano aver lunga durata: compiti di scuola, appunti, conti. Quando le tavolette erano unite a due, a tre, ecc. (diptycha, triptycha, ecc.) formavano una specie di taccuino ( codices);

2)       il Papyrus o charta, che si ricavava dalle piante del papiro egiziano. Il fusto del papiro si tagliava a strisce sottilissime, che si facevano macerare  nell’acqua. Si incollavano poi a due a due e formavano dei fogli; molti fogli riuniti insieme formavano il volumen, rotolo lungo decine di metri e largo circa trentacinque centimetri. Questo rotolosi fissava a un sottile cilindro di legno (umbilicus) e vi si avvolgeva intorno.

3)      La charta pergamena, pelle d’animale conciata, così chiamata perché inventata a Pergamo. Sul papiro e sulla pergamena si scriveva col calamus, cannuccia temperata, che si intingeva nell’inchiostro nero, composto di gomma  e nerofumo, oppure in inchiostro rosso. Lo scritto fresco si poteva cancellare con una spugna bagnata; se era secco si raschiava con lo sculprum.

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c) Libri e giornali

 

Inizialmente gli scritti che interessavano venivano ricopiati da uno schiavo o da più schiavi. Verso la fine della Repubblica ebbe inizio il vero e proprio commercio libraio, esercitato da editori (bibliopolae) che impiegavano un gran numero di amanuensi ai quali si dettavano le opere che essi scrivevano nel medesimo tempo, in modo che in breve si avevano più copie dell’opera. L’opera così  pubblicata si metteva in vendita nelle librerie. Ai tempi di Cesare si cominciarono a pubblicare i giornali, gli acta populi, che contenevano atti ufficiali e notizie di cronaca.

 

d)      Biblioteche

Nelle case delle persone colte e della buona società v’era quasi sempre, specie a partire dagli ultimi tempi della repubblica, una biblioteca. Furono poi fondate biblioteche pubbliche: la prima da Asinio Pollione, amico di Virgilio e amante della letteratura;  altre sorsero in seguito, la più famosa rimase la biblioteca di Ulpia, voluta dall’imperatore Traiano. I libri erano collocati in scaffali (armaria), divisi in raggi (loculamenta o nidi), generalmente in stanze ampie e bene illuminate.

    

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ROMA REPUBBLICANA

Per leggere la storia della repubblica ci siamo serviti del semplice racconto di Eutropio, integrato da passi elementari e più significativi di vari autori. Non poteva mancare, per il periodo delle guerre puniche, la “Vita di Annibale”  di Cornelio Nepote e nemmeno quella di Catone.

Dopo il suo consolidamento, Roma affronta varie guerre (nel 380 a.C., contro i Galli; nel 343-249 a.C. contro i Sanniti; nel 282-279 a.C. contro Taranto e Pirro) e riesce ad ottenere il predominio sulla penisola. Dopo le tre guerre contro Cartagine (la prima guerra Punica: 263-241 a.C.; seconda: 218-201 a.C.; terza:147 a.C.), Roma ottenne il primato incontrastato su tutto il Mediterraneo occidentale. Rivoltasi contro l’Oriente, conquista la Macedonia nel 146 a.C., sottomette, nello stesso anno, la Grecia e compie anche la conquista della Spagna. All’interno della città, però, non mancano gravi motivi di disordine: dalle lotte tra Mario e Silla, dalla congiura di Catilina durante il consolato di Cicerone, al primo triumvirato tra Pompeo, Cesare e Crasso, alle rivalità tra Cesare e Pompeo, con la conseguente guerra civile, che si conclude con la vittoria di Cesare a Farsalo, in Macedonia (48 a. c.). Cesare diviene dittatore a vita, ma viene ucciso in Senato in seguito ad una congiura. La repubblica è ormai al suo tramonto; un secondo triumvirato formato da Marc’Antonio, Cesare Ottaviano, Marco Emilio Lepido, si conclude pure con la guerra civile, dalla quale esce vincitore Ottaviano, che sconfitto Antonio nella battaglia navale di Azio (31 a.C.), rimane unico signore di Roma. Hanno termine così le secolari lotte civili ed ha inizio il periodo imperiale.

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